Con il termine “dieta occidentale” si intende il regime alimentare che, a partenza soprattutto dagli USA, si è diffuso negli ultimi decenni in tutto il mondo cosiddetto occidentale – il quale comprende anche l’Italia e gran parte dell’Europa.
Le caratteristiche che contraddistinguono questo tipo di dieta non risultano benefiche: esso si caratterizza infatti da un elevato contenuto di grassi saturi, zuccheri raffinati, sodio, introito proteico e cibi ultra-processati e da un insufficiente apporto di fibre (conseguentemente alla carenza di frutta, verdura e legumi sulla tavola). La sua impostazione risulta pertanto largamente differente da quella della dieta mediterranea, considerata con ampio consenso un regime alimentare di prima scelta e benefico per la nostra salute.

Il rischio di perpetuare una dieta di tipo occidentale è quello di favorire l’insorgenza di vari disturbi e patologie, tra cui ad esempio sovrappeso e obesità, ipertensione arteriosa, malattie infiammatorie intestinali, diabete mellito di tipo II, insufficienza renale cronica, steatosi epatica non alcolica (“fegato grasso”), dislipidemia (eccesso di colesterolo e/o di trigliceridi), disturbi cardiovascolari, altri disturbi metabolici e alcune forme tumorali.

La presenza di un eccesso di zuccheri e grassi nella dieta risulta associata in generale ad uno stato di infiammazione nel tessuto adiposo, con possibili conseguenze come ad esempio la resistenza insulinica. Ciò, in parte, può derivare anche dall’insufficiente presenza di Omega-3 assieme alla concomitante eccessiva presenza di Omega-6 come conseguenza delle abitudini dietetiche sbilanciate.
Le stesse caratteristiche dietetiche sembrano inoltre promuovere il rischio di neurodegenerazione, soprattutto nella mezza età: esistono dati emergenti che illustrano una similarità tra tessuto adiposo e cervello nella risposta alla dieta occidentale.
Alcuni acidi grassi (EPA, DHA) sono cruciali per la salute delle cellule cerebrali, in particolare per il loro ruolo nella composizione della membrana cellulare e per l’azione antinfiammatoria, e un loro squilibrio protratto può determinare conseguenti problematiche a livello neurologico e neurodegenerativo.

La dieta occidentale sembra inoltre alterare in modo sfavorevole il microbioma intestinale, implicato secondo dati crescenti nel sostegno dello stato di salute. Questa alterazione deriva in gran parte dall’impatto sull’intestino dei cibi ultra-processati, con la conseguenza di favorire un assetto batterico caratteristico, il quale a sua volta può favorire l’insorgenza di diversi disordini di tipo infiammatorio.
Il motivo alla base di queste conseguenze negative sembra essere quindi quello derivante dalla promozione di uno stato proinfiammatorio.

Dati estremamente recenti ipotizzano come proprio lo stato infiammatorio a livello del tessuto adiposo, così come alcune caratteristiche della cosiddetta sindrome metabolica (un’associazione tra più disturbi – elevata pressione arteriosa, alterazioni nei livelli di trigliceridi e colesterolo HDL nel sangue, obesità addominale con circonferenza della vita eccessiva, eccesso di glucosio nel sangue – che concorrono ad aumentare il rischio di sviluppare diabete e malattie cardiocircolatorie), non siano semplicemente una conseguenza diretta dell’adiposità indotta dalla dieta. Essi invece sembrano richiedere uno squilibrio a livello del microbioma intestinale e un’attivazione dell’immunità innata.

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