Un recente articolo intitolato “Obesità: malnutrizione per eccesso o vera e propria malattia?” recita che “nel pieno di una devastante pandemia in progressiva crescita è tempo di modificare l’obsoleta visione di una condizione risolvibile con il mangia meno e muoviti di più. Se davvero vogliamo fare tutto il possibile per contrastare efficacemente l’obesità, va intrapresa un’energica azione per riconoscere universalmente l’obesità come malattia cronica”.

I dati scientifici attualmente a disposizione ci indicano come la condizione di obesità debba essere letta infatti come patologia cronica, da gestire a livello medico e multidisciplinare in modo da controllarne e gestirne l’evoluzione, e la cui eziopatogenesi la colloca nell’ambito delle “malattie complesse/multifattoriali”: esiste una base genetica importante, sulla quale si inseriscono poi altri fattori cosiddetti ambientali. Il risultato è l’aumento di peso oltre i limiti considerati salutari, ma non solo.
Una volta manifesta, l’obesità grave determina una disabilità e diviene fattore di rischio importante per altre condizioni di patologia (cardiovascolari, metaboliche, osteoartromuscolari, oncologiche), fino al vero e proprio danno d’organo.

La terapia non si può fondare sulla riduttiva prescrizione di programmi secondo cui serve semplicemente mangiare meno e muoversi di più. 
Una gestione di questo genere, inoltre, può colpevolizzare il Paziente, soprattutto in caso di ripetuti tentativi e fallimenti, andando anche a fomentare il già troppo diffuso stigma nei confronti dell’obesità. Una gestione tanto superficiale sembra infatti basarsi unicamente su un concetto di forza di volontà, secondo cui il peso corporeo risulterebbe una variabile totalmente sotto il controllo di questa forza di volontà, andando a sostenere un pregiudizio che descrive la persona con obesità come pigra, svogliata, incapace di raggiungere un obiettivo o di controllare i propri impulsi.

Se una dieta bilanciata e moderatamente ipocalorica entra sempre a far parte della terapia per l’obesità, così come l’impostazione di uno stile di vita attivo (da creare in base alle condizioni specifiche della persona), è vero anche che la gestione del paziente con obesità richiede ulteriori sforzi specialistici, e non andrebbe mai affidata a professionisti non qualificati, il cui intervento talora potrebbe risultare addirittura dannoso.
La terapia si basa su un intervento educativo e attivo sulle abitudini e sullo stile-di-vita, con l’eventuale inserimento anche di terapia farmacologica e/o chirurgica specifica se indicate, ma sempre nell’ottica di una gestione che vada a trattare una cronicità, la quale richiederà pertanto uno sforzo condiviso tra terapeuti e Paziente in modo continuativo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che “l’obesità rappresenta per l’Europa una sfida sanitaria pubblica senza precedenti, finora sottostimata, scarsamente valutata e non perfettamente accettata come problema governativo strategico associato a notevoli implicazioni economiche”. Questo anche perché l’impatto sulla popolazione generale, che coinvolge anche la popolazione pediatrica in un'”epidemia” di obesità infantile, sta divenendo sempre più imponente.

Riconoscere la condizione di obesità come patologia cronica, non erroneamente come inestetismo o pigrizia bensì come malattia a sua volta fattore di rischio per altre patologie e disabilità, rappresenta oggi il primo passo per affrontare in modo completo, aggiornato e scientifico un problema sempre più diffuso, permettendo una sua gestione con risultati soddisfacenti – non tanto nel breve periodo, quanto nel lungo termine.
Non esiste una soluzione “facile e veloce” per il trattamento dell’obesità, ma la terapia va attuata in modo continuativo, con il supporto di professionisti qualificati e alla larga da divulgazioni non accreditate.

BIBLIOGRAFIA:
Sbraccia P. et al., Obesità: malnutrizione per eccesso o vera e propria malattia? L’Endocrinologo (2020) 21:35–41