La medicina nutrizionale clinica si occupa di strutturare un assetto dietologico corretto in modo personalizzato. Nella valutazione di ogni persona vanno inseriti molteplici aspetti: età, genere, fabbisogno energetico, dispendio metabolico, livello di attività fisica, stato di salute. 
Esistono tuttavia anche altre valutazioni raffinate da tenere sempre in considerazione e che rappresentano conquiste evolutive di questa branca medica, per le quali la conoscenza e la sensibilità si stanno implementando negli ultimissimi anni.

I rischi di posizioni ed interpretazioni eccessive

È superata ormai da tempo la concezione di una dietologia che mira ad imporre regole estreme e rigide, non personalizzate e categoriche, al fine di far ottenere ad ogni persona un peso “ideale” e standardizzato.
Si è acquisita oggi piena consapevolezza sul fatto che un programma nutrizionale ben impostato non è un programma prescrittivo obbligato “dall’alto”, bensì un percorso di ristrutturazione di abitudini e stile di vita in cui il Paziente svolge un ruolo attivo. La persona interessata è quindi coinvolta in modo profondo relativamente alle motivazioni che sostengono la scelta e la necessità di un cambiamento, agli obiettivi e ai tempi da impostarsi per ottenere risultati utili e non da ultimo agli obiettivi stessi da delineare affinché essi risultino salutari e realistici. 
Va anche considerato il fatto che non esiste più l’idea di un peso “perfetto” e puntuale da stabilire in modo standardizzato in base all’altezza: è più corretto parlare di “peso genetico salutare”, ossia di quel peso che la persona raggiunge e poi mantiene in modo spontaneo grazie ad uno stile di vita sano abbinato ad una dieta normocalorica, bilanciata e flessibile. Ciò significa che due persone dello stesso sesso e con la stessa altezza potrebbero mantenere, in modo equivalentemente salutare, due pesi differenti. La spinta genetica nella determinazione del peso è infatti importante e forse predominante e la ricerca scientifica in questo senso è complessa e in attesa di conferme e di nuove evidenze.

Nel caso particolare della condizione di obesità, troppo spesso si assiste ancora a proposte terapeutiche che mirano a colpevolizzare la persona e a tentare di imporle regole radicali e rigide, spesso incompatibili con una flessibilità “salutare” e con il rispetto e mantenimento della convivialità e della strutturazione mediterranea di una dieta sana.
L’obesità è una patologia metabolica cronica e va trattata come tale, con percorsi di terapia specializzati e somministrati da equipe multidisciplinari di terapeuti esperti, sempre su supervisione medica.

Quali possono essere allora gli “sbandi” della medicina nutrizionale?
Da una parte sussiste l’acquisizione del fatto che ogni percorso dietologico per il controllo salutare del peso va personalizzato, sia nella sua impostazione nutrizionale che negli obiettivi da raggiungere. Si intende anche ben compreso che non possono essere tollerabili da parte di un terapeuta atteggiamenti giudicanti o colpevolizzanti rivolti ad una persona che ha sviluppato un problema di peso. Si è finalmente acquisita infine, in tempi relativamente recenti, una sensibilità relativa al rispetto ed alla bellezza di ogni forma corporea, in particolare nella lotta al cosiddetto “body-shaming” ed allo stigma per il peso.
Ne deriva la necessità di un approccio grandemente complesso nella relazione di cura in caso di problemi di alimentazione e di peso. Servono certamente la collaboratività, la costruzione di una relazione terapeutica empatica di reciproca fiducia e l’assenza di giudizio. A questi si aggiunge la necessità di una valutazione medico-clinica che non dimentichi alcun particolare: dalla storia personale del peso alle abitudini familiari, dalle patologie eventualmente in atto alla terapia farmacologica in corso, dalle necessità pratiche e organizzative (in base a lavoro, impegni di vita privata e possibilità economiche) al rispetto di posizioni personali, etiche e religiose riguardanti le scelte alimentari. 
Il tutto diventa allora particolarmente impegnativo e genera talvolta quelli che possiamo chiamare “sbandi”. Se una volta infatti la medicina dietologica subiva l’eccesso di pretese prescrittive rigide e talvolta estreme, con frequente giudizio negativo ed attribuzione di colpa ad un Paziente con problemi di peso, il rischio oggi è quello opposto. Il rischio attuale diventa infatti quello di andare a considerare “giusta” e “giustificata” ogni forma e condizione corporea, anche patologica, in base all’esigenza (per quanto corretta) di superare discriminazioni e pregiudizi sbagliati, la quale tuttavia può inverare fraintendimenti

Se non si discute sul fatto che posizioni giudicanti e discriminanti vanno sempre e comunque combattute come ingiuste, è anche vero che in caso di obesità o eccesso di peso va posto un importante distinguo. Va infatti precisato che, sempre consapevoli del fatto che ogni persona va rispettata per chi è senza alcuna offesa, dal punto di vista medico sarebbe sbagliato “giustificare” il mantenimento di un peso eccessivo (soprattutto se già associato a complicanze secondarie dannose per la salute) sulla base di un’accettazione inclusiva e preconfezionata di ogni corporeità. Un medico ha il dovere professionale di proporre un percorso terapeutico per il controllo salutare del peso ad un Paziente con obesità, così come propone una terapia specifica in caso di qualsiasi altra patologia metabolica cronica. Una proposta terapeutica di questo tipo non esprime alcun giudizio di valore né alcuna discriminazione, rispetta l’individualità unica della persona in ogni sua sfaccettatura e ne va a tutelare il benessere. L’obesità si associa a molti e dimostrati rischi secondari (ad esempio alterazioni della pressione arteriosa, problemi cardiaci e respiratori, problemi epatici, problemi articolari, rischi oncologici ed altro ancora) e comunicare e sensibilizzare su questo non implica alcuna deriva emarginante. 
Lo stesso valgasi in caso di disturbi dell’alimentazione: se un medico rileva un sospetto diagnostico in questo senso, è giusto e doveroso che lo approfondisca ed eventualmente lo confermi, per poi proporre un percorso di terapia serio e ben strutturato per il bene della persona. Ciò non significa in alcun modo esprimere opinioni o giudizi su questa persona in quanto tale o sul suo valore, né generare valutazioni sulla forma corporea di per sé o attribuire “etichette”, ma significa al contrario prendere in carico professionalmente una condizione patologica grave e potenzialmente rischiosa per la stessa vita di chi ne soffre – indirizzando in questo caso verso programmi ed equipe specializzati.

In conclusione, un approccio medico nutrizionale oggi richiede competenza, sensibilità, empatia, aggiornamento costante e professionalità. Si considera superato lo stigma nei confronti di peso e forma del corpo e si rispetta ogni persona nella sua soggettiva e meravigliosa unicità, ben lontani da giudizi di valore, attribuzioni di colpa o generalizzazioni.
L’obiettivo, ambizioso ma possibile, è quello di proporre percorsi di ristrutturazione dello stile di vita capaci di coinvolgere la persona in modo attivo e consapevole generando vantaggi a lungo termine, sempre a sostegno di salute e benessere generale

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