Quel giorno l’aria riverberava tenue, come ad annunciare un inverno ormai alle porte. Mi recavo al lavoro accelerando il passo, infreddolita nella giacchetta autunnale. Tutto si svolgeva per me come di prassi: la timbratura, il cambio nello spogliatoio, le scale da percorrere per accedere ai piani della casa di riposo.

Al mio arrivo in reparto il signor G era già stato accompagnato nella sua camera: vidi un uomo distinto, composto, mite entro un’intelligenza genuinamente modesta. I suoi problemi di salute si erano intensificati incessantemente negli ultimi anni e allora si trovava a vivere in una completa dipendenza, respirando tramite una cannula ed alimentandosi artificialmente: pur tuttavia egli si manteneva ottimista e ponderato, entro un’accettazione silenziosa e quasi meditante di quanto gli era divenuto necessario. In una fragilità corporea quasi intoccabile tanto era delicata, la sua persona complessivamente si manteneva solida.

Il signor G era accompagnato dal figlio L, un giovane uomo. I suoi occhi esondavano però una stanchezza quasi straziante, che egli non nascose – preferendo anzi darne una giustificazione subitanea. La mamma, moglie del signor G, si era presa cura del marito per anni e ne conosceva nel minimo dettaglio i bisogni più precisi. La sua vita si era progressivamente plasmata in questa dedizione di cura. Un brutto giorno però, proprio nel recarsi in farmacia per il consorte, era stata colpita da un accidente improvviso e fatale.

Ascoltai ogni parola e cercai di rispondere con rispettosa empatia, offrendo per quanto possibile un sostegno comprensivo che da L fu accolto all’istante, quasi come un assetato trangugia un sorso d’acqua bramato da troppo tempo.
Mi allontanai dalla stanza del signor G per alcuni istanti, necessitando di alcuni documenti, per poi tornare sui miei passi. Ritrovai ancora L, ma stavolta pressoché accasciato su se stesso ai piedi del letto, in un equilibrio barcollante aggrappato ad una sponda.
Gli chiesi allora: «Come sta?» 
Egli si guardò intorno quasi stranito. Non c’erano altre persone oltre a me, lui e suo padre.
«Io?»
«Sì, lei: come sta?»
Il silenzio riempì la stanza, ancora evidentemente estranea ai due uomini che dovevano conoscerla.
«È un incubo», queste le uniche ulteriori parole che L riuscì a proferire quel giorno. Le lacrime spingevano contro le palpebre, ma un tentativo di resistenza le ricacciava indietro.

Il signor G osservava attento quel suo unico figlio devastato e una crepa di dolore squarciò visibilmente anche i suoi occhi.
G non parlava frequentemente e quando desiderava farlo necessitava di una valvola apposita. Progressivamente tuttavia aveva iniziato a rifiutare anche questo presidio, rimanendo assorto in un silenzio osservatore e cauto, quasi a non voler dare fastidio.

L dopo brevissimo tempo dovette ripartire per una città estera, ove risiedeva e lavorava. Lo fece non senza rimorso, ma non aveva scelta o avrebbe perduto l’impiego. Intrattenni con lui alcuni dialoghi telefonici nei quali mi confidò una profonda sofferenza che faticava a gestire, divenendone quasi una vittima frantumata.
Nel frattempo le condizioni fisiche del signor G restavano particolarmente fragili e così necessitava di continui cicli di terapia e supporto medico. Progressivamente esse si aggravarono ulteriormente e dunque sviluppò un’infezione molto grave che necessitò di un periodo di ospedalizzazione intensiva. Se prima G poteva essere mobilizzato per qualche ora dal letto alla poltrona, da quel momento perse anche l’energia sufficiente a sostenere questo sforzo. Egli stava allora a letto giorno e notte, quieto e  remissivo, ma mai rassegnato.

Gli occhi di G erano di un azzurro profondo e penetrante e soprattutto, nonostante il silenzio verbale sempre più marcato fino a divenire completo, mantenevano una perspicacia vivace ed intensamente presente – come a voler dire di esserci e di invocare la dignità di una relazione di Cura ancora condivisa.
In prossimità dei suoi ultimi giorni di vita, sempre più compromesso, il signor G si trovava infine quasi sempre in uno stato di dormiveglia che non gli permetteva più una vigilanza completa: ma nonostante questo potevo e mi sembrava importante dedicargli un saluto, una parola, un cenno per trasmettergli che non era solo. Per riuscire a comunicargli che la presa in carico che cercavo di offrirgli, e con me tutto il personale della struttura, non voleva né poteva essere prettamente “pratica”, desiderando profferirsi in un senso più esteso di “Cura”.

Ci fu infine un momento, un breve e parziale momento di una mattina d’inizio gennaio, durante il quale il signor G riuscì a sostenere un contatto maggiormente lucido con me. Non parlava né voleva farlo, ma mi chiamò con lo sguardo. Gli parlai io, chiamandolo per nome ed avvicinandomi a lui, cercando di esprimermi con dolcezza e rispetto. Gli presi la mano ed egli parve gradire questo gesto. Mi fissava e raccoglieva con amabilità ogni mia espressione: sembrava osservarmi con quella rara saggezza che basta a se stessa, plausibilmente consapevole che la strada ancora da percorrere in questo mondo sarebbe stata ormai breve. Manteneva un garbo incantato e colmo di una dignità non comune, fuoco ultimo di un’intelligenza acuta e vitale mai perduta. Probabilmente non desiderava spiegazioni, ma presenza. Avvenne lì il nostro ultimo saluto e in un turno successivo, in mia assenza, il signor G si spense.

Domande aperte

Pensavo ancora a lui al termine di un giorno di lavoro mentre scendevo le scale, mi svestivo, timbravo l’uscita. Soliti gesti, consuetamente ripetitivi.
Ma nulla in un contesto di cura, laddove si ricerchi un “prendersi Cura” globale e pieno della persona nella sua complessa unicità, può essere standardizzato. Una “normale” giornata spesso è una giornata unica per i nostri assistiti e dobbiamo mostrarci all’altezza del compito assegnatoci, con seria professionalità e con umile e profonda umanità.

Nonostante la stanchezza, le facili critiche e le note dolenti, essere medici resta un onore carico di significato, da viversi non solo con la mente ma anche con il cuore: costruendo ogni giorno una relazione terapeutica tra persone di pari valore e non dall’alto di una posizione raggiunta. Ricercando un contatto intimo con la realtà viva di ogni Paziente e non con i suoi puri sintomi. Ciò che si riceve così arriva a sorprendere.

Nel commiato al signor G vidi nei suoi occhi il riverbero di una lunga vita, mentre la vecchiaia li increspava miti. Vidi l’amore incrollabile e privo di qualsiasi recriminazione per il figlio assente e la fermezza di una speranza quieta rimasta sempre viva.
Mi chiedo spesso se abbia fatto per lui tutto quanto in mio potere, con i mezzi che potevo avere a disposizione. Mi auguro di sì.

Le domande della Medicina oggi non riguardano solo aspetti prettamente tecnici, poiché le riflessioni spaziano varcando confini sempre più globali. Oggi l’attenzione per il Paziente è al suo sostegno non solo da un punto di vista biologico, bensì da un punto di vista bio-psico-socio-spirituale. 
Lo “stare bene”, che nel malato da un certo stadio di gravità non comprende più la guarigione ma l’accompagnamento possibile, abbraccia la persona nella sua unicità e nella sua interezza e questo non può non comprendere anche i punti di vista psicologico, emotivo e spirituale.  

Infine, un accompagnamento davvero globale dovrebbe trovare le risorse strutturate al fine di poter sostenere anche il nucleo familiare o affettivo di riferimento, che allo stesso modo in un approccio di Cura ideale ed integrale non andrebbe abbandonato.

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